Parla, capisce (spesso fraintendendo) e scrive l’italiano, il francese, l’inglese e lo spagnolo. Pensa in un guazzabuglio di tutte e quattro le lingue, con prevalenza delle prime tre (forse per questo ci piglia poco). Parla e capisce, senza scriverli, il patois franco-provenzale e il piemontese (meglio quest’ultimo del primo). Capisce, ma si guarda bene dal parlarlo, il campano.
Ascolta poco, ma interrompe molto.
Non sempre condivide ciò che pensa e spesso non ha notizie di sé.
Depreca che etica e onestà siano oggi oneri indeducibili.
Talvolta canta fuori del coro per necessità (non capisce chi sia stonato, se lui o il coro...).
E’ convinto assertore dell’applicabilità del secondo principio della termodinamica fuori della fisica e della legge di Gresham fuori dell’economia.
Preferisce Giacomo a Paolo, Agostino a Tommaso, Alessandria (Iskandar appunto, non quella del “lampo giallo al parabrise”) a Roma.
Considera “Out of control” di Kevin Kelly uno dei dieci libri.
Ama l’atletica, odia l’atletismo, quando necessario coltiva un sano disprezzo per i vertici della federazione, ritenendo che abbia bisogno (ma non solo lei) di grandi cervelli e non di un cervello grande.
E’ padre dell’unica definizione corretta di doping (“quello che fanno gli altri”) e, come ha scritto di lui il New York Times, ha affrontato fin dagli anni ’60 il problema della superstizione nello sport (“italian men and russian women never shave before competition”).
Ha appreso da Giordano Maioli in tempi non sospetti la differenza tra geishe e bageishe.
Ha definito con precisione il confine tra erotismo e pornografia (che si riserva di comunicare in privato).
Partecipa ma non appartiene: approva incondizionatamente la distinzione fatta da Fernando Savater.
Odia il terzo escluso, soprattutto quando sono gli altri a servirsene.